Israele è un romanzo

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Volentieri pubblichiamo un articolo di Fiamma Nirenstein uscito su Il Giornale

Tre attentati in due giorni sono davvero tanti, le bombe nello zaino vicino alla stazione di Elizabeth, l’esplosione del Seaside Park nel New Jersey, e nel quartiere di Chelsea, a Manhattan. L’ultima scoperta ha bloccato la strada per l’aeroporto di Newark, ha messo in difficoltà i passeggeri dei treni Amtrak, ha gettato il Paese in quel senso di deja vu che assomiglia alla sconfitta. Così è la sindrome che investe ogni società sconvolta dal terrorismo: esso vuole sorprendere le sue vittime, confonderle, creare una crisi di fiducia. Gli Usa dall’11 di settembre ad ogni attacco vivono con lo choc una regale sensazione di oltraggio, da cui la crisi isterica simile all’assedio in casa per lunghissime ore di tutti i cittadini di Boston, asserragliati mentre la polizia continuava la sua caccia ai terroristi. Anche in Europa ogni attacco porta le vittime nel caos del traffico e delle menti, come è successo a Parigi.

Ma Israele dimostra che è possibile mantenere stabilità e forza nello scontro. Si chiama «resilience» (elasticità, capacità di recupero, ma anche resistenza) ed è stata costruita sin da prima della fondazione dello Stato d’Israele, da quando lo Stato Ebraico è diventato la provetta in cui si sperimenta tutto, il sequestro, il rapimento, l’eccidio di massa, il terrorismo suicida, i lupi solitari, l’estremismo islamico, l’odio razzista travestito da nazionalismo palestinese. La Seconda Intifada ha fatto più di mille morti. Nel 2015 sono stati registrati 2563 attacchi, e nei primi sei mesi del 2016, 1030. In questo ultimo week end e fino a lunedì ci sono stati 7 attacchi, con accoltellamenti, veicoli, bombe molotov e pietre contro auto in corsa.. Eppure la società è quieta, niente chiude, nessuno si lamenta, i caffè, le scuole, l’economia procedono secondo la routine.

Nonostante un incredibile 44,4 per cento degli israliani sia stato sottoposto nella Seconda Intifada a un contatto diretto col terrore, l’israeliano è tranquillo, per il 76%, dice che sa «che cosa dovrebbe fare se gli capita una situazione di terrorismo», il 13% in meno di due anni fa sente il pericolo, e solo il 28% si sente depresso contro il 58% di due anni fa; e soprattutto il 78% «è sicuro che ci sarà sempre qualcuno che correrà in suo aiuto se sarà in difficoltà»: tiene alla sua vita e alla vita degli altri in maniera irrinunciabile, l’80% sostiene la barriera di difesa che di fatto ha fatto diminuire drammaticamente gli attacchi suicidi. Il cittadino sa identificare il nemico, lo persegue, reagisce. Fida nelle forze dell’ordine dispiegate strategicamente e molto «profiling». Il cittadino è lui stesso un combattente, per gli altri prima che per sè: come Yshai Montgomery, di 26 anni, che suonava l’8 marzo sulla spiaggia di Tel Aviv, e quando ha visto un terrorista che colpiva col coltello gli ha tirato in testa la chitarra dopo averlo inseguito; come Yonathan Azariah, che già ferito si è sfilato il coltello dal collo, e ha infilzato l’attentatore; come Herzl Biton che, poichè un accoltellatore feriva i passeggeri dell’autobus di linea di cui era l’autista ha dato una frenata, l’ha afferrato e spruzzato di spray al pepe, l’ha buttato di sotto e inseguito: poi ferito gravemente è finito all’ospedale; come Haggay Klein che dopo che al bar, l’8 giugno, i terroristi avevano ucciso quattro persone, ha tirato loro una seggiola fermandone uno.

L’israeliano è allenato da tre anni di servizio militare, si sente tranquillo perché sa cosa fare e sa che chi è vicino è come lui. Ci sono molti servizi volontari allenati dalla polizia, ne fanno parte 70mila persone di cui il 28 per cento donne, possono fermare e persino arrestare. Tutti si guardano intorno e dietro, non si addensano alle fermate degli autobus, chiamano la polizia se vedono una persona o un oggetto sospetto. Solo fra il due e il tre per cento della popolazione è armata, tutti sopra i 21 anni, tutti verificati quanto a condizioni psichiche e fisiche, vagliati dal Ministero degli Interni. Le leggi contro il terrorismo sono dure, si va dalla detenzione preventiva fino alla distruzione della casa dei terroristi, e il coprifuoco si applica in zone pericolose. Ma ogni legge è discussa a fondo: e chi spara senza bisogno viene processato succede proprio in questi giorni persino a un soldato che ha sparato a un terrorista a terra. Israele è un romanzo che non tutti sanno leggere, ma la necessità di capirlo sta diventando sempre maggiore per tutto il mondo.

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