La video “patacca” di Paolo Barnard

10312532_642832725793092_3884039515047048135_nPiù volte ho avuto la ventura di imbattermi in frequentatori dei social che sbandierano il video https://youtu.be/T1QwnbnGQUU come la summa delle giuste rivendicazioni palestinesi e dato il fatto che è una pappardella che si snoda per ore, è valsa la pena di fare una Mitzvà e commentarlo una volta per tutte.

Incominciamo dall’autore. Chi è? Stando a quanto appare in internet è un tuttologo. Da Wikipedia apprendiamo che ha lavorato anche per il Manifesto con cui ruppe a causa delle idee maoiste di Rossana Rossanda. Ha lavorato con Report per cui realizzò il documentario “Nemesi medica” e da cui si è autosospeso in seguito alla vicenda da lui definita della Censura Legale, leggasi condanna del Tribunale Civile di Roma.

Da sempre schierato contro Israele, ha vagato tra testimonianze di medici ammalati su come riformare il sistema sanitario italiano, globalizzazione, terrorismo internazionale, alla new economy, al Fondo Monetario Internazionale, all’industria farmaceutica, alle proprietà terapeutiche della marijuana, all’industria alimentare, la Modern Money Theory, la verità sulle infami donne, Programma ME-MMT di Salvezza Economica per l’Italia, élite dei poteri finanziari ed industriali internazionali per distruggere gli Stati …

Sempre Wikipedia lo definisce Socrate pazzo, che non si fa scrupoli a mostrarsi pubblicamente con le zone intime scoperte e mentre compie atti di autoerotismo definendolo “lotta estrema” col nome di “estremismo oltraggioso”, radicalismo. Secondo lui, questo è l’unico modo per distruggere quella che ha chiamato “Nuova Restaurazione”.

Inquadrato il personaggio, andiamo ad esaminare la collezione di cretinate inserite nel video.

Il filo conduttore del video è prendere la storia, rovesciarla, farcirla con una marea di invenzioni, stravolgerla e quindi servire la “cosa” come la rivelazione ammettendo che se la storia continua ad essere raccontata per quello che è, non c’è speranza di aiutare i palestinesi.

L’opinione pubblica “se avesse un racconto radicalmente diverso” allora cambierebbe opinione e andiamo a vedere come dovrebbe essere la storia, riveduta e corretta di Paolo Barnard che con termine romanesco chiameremo “la patacca”, dal nome delle false monete antiche che avventurieri di ogni risma disseminavano nel Foro Romano per rinvenirle e quindi venderle come reperto archeologico importantissimo agli ingenui turisti danarosi.

La “patacca” di Paolo Barnard parte da un presupposto corretto, memore del fatto che se vuoi spacciare una falsità, la devi nascondere tra due verità. Con questa strategia giustamente ci dice che se la Rivoluzione Francese venisse spiegata solo con la ghigliottina che taglia le teste, con il contorno di armigeri vocianti, se ne ricaverebbe un’immagine falsata non permettendo di contestualizzare la ghigliottina nella storia e nella cultura che portarono a quell’evento.

Detto questo, la vicenda Israele palestina viene estrapolata dai duemila anni di storia precedenti e dagli ultimi quarant’anni fino ad oggi, per offrire una ricostruzione altamente falsata.

Secondo la “patacca” di Paolo Barnard, tutto ha origine con la la Conferenza di Berlino del 1884-1885: ma cosa c’entra la Conferenza di Berlino con il Medio Oriente? La Conferenza di Berlino non a caso fu chiamata anche Conferenza dell’Africa Occidentale o Conferenza sul Congo … Sempre secondo la “patacca” di Paolo Barnard in quella sede fu coniato il concetto giuridico di Terre nullius per farlo arrivare fino all’assegnazione delle terre allo stato d’Israele, costruendo un mostro storico e giuridico di proporzioni gigantesche.

Terre nullius è una locuzione latina derivata dal diritto romano che significa letteralmente “terra che non appartiene a nessuno” che viene usata in diritto internazionale per descrivere un territorio che non è mai stato sottoposto alla sovranità di alcuno Stato, ma che c’entra con la Terra d’Israele?

Un punto fondamentale che viene stravolto e nascosto dalla narrazione-“patacca” di Paolo Barnard è che si sa benissimo qual era lo stato sovrano che disponeva di quella terra e che quella stessa terra, non per arbitrio di nessuno, ma con decisione ponderatissima dell’Onu approvata dalle nazioni che ne facevano parte all’epoca, ha dato vita alla nascita di Turchia, Libano, Siria, Arabia Saudita, Yemen, Kuwait, Giordania, Iraq, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, oltre che Israele e lo stato di Palestina, nel momento in cui si è dovuto decidere delle sorti del decaduto impero ottomano. Se oggi, per qualsiasi motivo, si volesse contestare la legittimità della nascita di Israele, oltre a una valanga di altri motivi che lo impedirebbero, si dovrebbe contestare, per gli stessi identici motivi, la nascita di Turchia, Libano, Siria, Arabia Saudita, Yemen, Kuwait, Giordania, Iraq, Bahrain, Emirati Arabi Uniti. Ma citare questi precisi riferimenti storici e giuridici rivelerebbe la falsità della “patacca” di Paolo Barnard!

La catena delle stupidaggini continua con la manomissione della frase “terra senza popolo per un popolo senza terra” evitando di citare la frase correttamente e cioè “La Palestina è una terra senza un popolo; gli ebrei sono un popolo senza un paese. La rigenerazione della terra porterà alla rigenerazione di un popolo” del romanziere ebreo inglese Israel Zangwill (1901) e invece erroneamente attribuita a Herzl. La frase prende significato partendo dalla parte finale che illumina quella che sarà la filosofia del kibbutz, con la rigenerazione del nuovo ebreo attraverso il lavoro manuale uguale per tutti, rigeneratore di una nuova concezione del rispetto dovuto all’uomo, a prescindere dal ceto sociale, dal bagaglio culturale o il paese di provenienza. Un bagaglio quindi di umiltà e una carica di progettualità sociale che non viene colta ma viene asservita alla più sciocca propaganda. Nella frase è insito il desiderio ebraico di far diventare “popolo” i palestinesi che fino ad allora, come popolo, non esistevano.

Insita nella frase inoltre c’è una realtà incontrovertibile che viene citata come grave ignoranza da parte di Golda Meir che giustamente ha detto che il popolo palestinese non è mai esistito (http://forzaisraele.altervista.org/blog/palestinesi-non-sono-mai-esistiti/). Frase che viene sempre vituperata ma che aspetta ancora di essere contestata con fatti storici concreti. In attesa di una contestazione fondata, rimane incontrovertibile che il popolo palestinese non è mai esistito!

Altra perla di cretinata storica è che arabi ed ebrei vivevano in pace ed armonia sino a quando non sono arrivati i sionisti a rovinare quel clima idilliaco “ideale.”

Per approfondire tale scemenza è necessario fare alcune precisazioni. Per esempio, anch’io che senz’altro sono un fervente sionista e che secondo la vulgata di moda posso essere definito guerrafondaio, odiatore dei palestinesi e stando ad una definizione comica, carica di spirito di denigrazione, che mi è stata attribuita nei social, addirittura “talmudista”, ebbene anch’io affermo che con i palestinesi oggi, gli ebrei vanno d’amore e d’accordo! Il problema è definire chi sono e quali sono i palestinesi con cui io e tutti gli ebrei andiamo d’amore e d’accordo: io mi riferisco al 20% della popolazione di Israele che sono di origine araba e che non si sognerebbero, mai e poi mai, di essere terroristi. Come si fa a non andare d’amore e d’accordo con il Comandante della Golani, la prima Brigata d’assalto dell’Esercito Israeliano? Per avere un approfondimento sul tema si può leggere http://forzaisraele.altervista.org/blog/punto-bue-dice-cornuto-allasino-israele-razzista/

Quindi occorre fare attenzione a non decontestualizzare le frasi e dedurre conseguenze che sono diametralmente opposte all’intenzione di chi le ha pronunciate. Per cui la frase di Barn Kappahl “noi ebrei condividemmo la vita con loro, a Hebron, secondo le regole di buona amicizia” va intesa nel senso dello sforzo di offrire da parte ebraica un modello tradizionale di serena convivenza che, poi vedremo, fu un tentativo inutile in quanto proprio a Hebron si concretizzò uno dei primi e più feroci massacri di ebrei da parte di palestinesi.

Allo stesso modo va interpretata la frase del rabbino Joseph Swidsinski “non vi fu mai un momento nell’immigrazione degli ebrei ortodossi europei in Palestina, nel quale gli arabi abbiano opposto resistenza alcuna, al contrario, gli ebrei erano i benvenuti per via del progresso economico che ricadeva sugli abitanti locali” che è una verità assoluta sempre negata quando si afferma che i palestinesi come popolo non sono mai esistiti e che quelli che oggi sono “i palestinesi” sono i discendenti di una massa di gente che migrò verso i territori ebraici perché nel panorama dell’intero Medio Oriente erano gli unici capaci di far fiorire il deserto, portare progresso, sviluppo e benessere a patto che s’avesse voglia di lavorare, che fu una discriminante che vedremo avrà ampie ripercussioni.

Cosa c’è quindi di scandaloso nel fatto che il Rabbino Avraham Mordechai Alter definì gli abitanti del luogo “persone amichevoli e assai apprezzabili?” Anche il futuro primo Presidente dello Stato d’Israele Weizmann si mise la keffiah e si fece fotografare insieme al re Faysal per “addomesticare la belva araba …”

Spacciare queste frasi estrapolate e decontestualizzate come base per negare la storia è spacciare patacche.

La storia invece racconta che da sempre nell’Islam è stata fatta una netta distinzione tra i credenti, definiti Dar al Islam, la casa dell’Islam, e gli infedeli Dr al Harb, La casa della guerra, da cui poi si dipana una valanga di xenofobia che nell’ultimo strato sociale pone i dhimmi, i giudei, per i quali vengono stabilite le più umilianti condizioni a partire dalla kharaj o tassa speciale. Una delle tante misure coercitive contro gli ebrei che ispirarono le eguali misure adottate poi dalla chiesa cattolica (Sinodo di Gerona del 1078) e che vennero copiate dal regime nazista (“tassa di perequazione sociale” del 24-12-1940 prevedeva che gli ebrei pagassero una tassa speciale per il contributo delle spese del partito nazista RGBI 1 1666) in un continuum che per gli ebrei producono solo una certa difficoltà nel distinguere tra i propri persecutori.

La stagione delle stragi di ebrei fu inaugurata da Maometto che a Medina fece sgozzare 627 ebrei seguito da Umar Ibn al Khattab (1634 – 1644) che – bontà sua – espulse gli ebrei da La Mecca e Medina. Per segnarli al pubblico ludibrio, gli ebrei, furono obbligati ad avere nel vestiario un segno particolare – la stella di David gialla – introdotta la prima volta a Bagdad, ripresa dai papi nel Concilio Lateranense IV del 1215 e ripresa quindi dai nazisti (Ordinanza dell’1-9-1941).

Furono gli arabi ad inventare il Mellah o ghetto, ispirando, di nuovo, la chiesa cattolica che lo adottò nel Sinodo di Breslavia del 1267 (Gli ebrei possono abitare soltanto in quartieri ebraici) e quindi puntualmente copiato dai nazisti (Ordine di Heydrich del 21-9-1939 PS 3363).

Sulla scorta di tali nobili premesse, tra le tante, basterà citare le stragi di ebrei che si verificarono a Fez nel 1033 e nel 1912 con 6.000 ebrei morti o la strage di Tetuan, sempre in Marocco, nel 1790; le stragi di Mashhad e Barfurush in Persia nel 1839 e nel 1867; quelle di Baghdad nel 1828 e nel 1941; quella di Aleppo nel 1850; quella di Nablus nel 1856; Damasco e in tutto il Libano nel 1860; l’attacco a Petach Tiqvah nel 1886; o il pogrom di Gerusalemme del 27 febbraio 1920 in cui gli arabi scorazzarono per la città urlando “La Palestina è la nostra terra e gli ebrei sono i nostri cani. A morte gli ebrei!”

Ci fu l’eccidio del 24 agosto 1929 a Gerusalemme con 17 morti; a Safed il 29 agosto 1929 con 18 morti e a Tel Aviv il 25 agosto con 4 morti. Il 27 agosto a Motza fu massacrata l’ intera famiglia Makleff ad eccezione del piccolo Mordechai che diventerà il terzo Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano. Nel maggio del 1936 ci furono un totale di 41 bombe contro gli ebrei di Giaffa e un totale di 80 ebrei morti solo nel primo semestre tanto che il Console britannico a Gerusalemme annotò: “Le aggressioni agli israeliti sono sempre più frequenti nei distretti periferici.”

Maimonide l’aveva previsto già nel XII secolo: “Dio ci ha gettati tra genti, la nazione di Ismaele, che ci ha perseguitato gravemente e trovano sempre il modo di nuocerci e umiliarci”

E la gente di Ismaele si organizzò fondando La mano nera, organizzazione creata a Giaffa nel febbraio 1919 per “schiacciare la lumaca sionista prima che sia cresciuta” a cui seguì Al Fatat nata a Parigi il 14 novembre 1909, società della giovane nazione araba clandestina, e una infinita galassia di organizzazioni terroristiche, varie nei nomi, ma con un solo obiettivo: assassinare ebrei con la stessa filosofia e imput di Hitler che nell’aprile 1938 aveva detto, la Palestina “vede calpestata la sua libertà dal più brutale ricorso alla forza, è derubata dell’indipendenza ed è crudelmente maltrattata a beneficio degli usurpatori ebrei.”

La matrice di base islamica si è inoltre abbeverata al nazismo. Ce ne fornisce una testimonianza Sami al Jundi, nell’estate 1933, 15 anni prima che nascesse lo Stato d’Israele, siriano, primo leader del partito Ba’th: “Eravamo nazisti, ammiratori del nazismo, leggevamo i suoi testi e le fonti della sua dottrina, specialmente Nietzsche … Fichte e i Fondamenti del XX di Rosemberg, tutto incentrato sulla razza. Fummo i primi a pensare di tradurre il Mein Kampf. Chiunque fosse vissuto in quegli anni a Damasco si sarebbe reso conto della propensione del popolo arabo verso il nazismo, perché il nazismo era la potenza che poteva essere presa a modello, e chi è sconfitto amerà naturalmente il vincitore” e tutto questo si riversava nel violento fuoco di propaganda attraverso stampa, radio, letteratura, arti, discorsi e libri di testo delle scuole.

Tutto questo per il pataccaro Paolo Barnard equivaleva a vivere in pace!

Altra patacca classica dei pro Palestina è il mito dei “profughi espulsi” a ridosso della guerra del 1948, che si basa su un altro clamoroso falso storico.

Per esaminare questa plateale mistificazione che è a fondamento di tanta parte delle rivendicazioni dei “poveri palestinesi” occorre partire da un dato incontrovertibile: gli ebrei comperarono la Terra d’Israele! Anche questo dato è ampiamente dimostrato dalle tante testimonianze di fonte palestinese per la molteplicità di provvedimenti che i caporioni cercarono di prendere per impedire le vendite.

Dati documentali certificano che gli ebrei, con la loro organizzazione stretta attorno all’Agenzia Ebraica, molto prima della nascita dello Stato d’Israele, con i fondi raccolti in tutto il mondo tra tutti gli ebrei, incominciarono a comperare, metro dopo metro, la terra per ricostituire la presenza libera su Eretz Israel, la Terra d’Israele. Ancora oggi in ogni famiglia vengono conservati i bussolotti di latta con incisa la mappa di Eretz Israel che venivano usati dai bambini per mettere da parte le monetine. Tutte insieme, quelle monetine, portarono a comperare 650.000 Dunam di terra nel 1920 (un Dunam corrispondeva a 919,3 mq, successivamente portati a 1000 mq) che arrivarono a 1.163.000 nel 1929 con 110 insediamenti agricoli e una università, la prima del paese, eretta nel 1925. Tutto questo mentre il prezzo della terra lievitava ogni anno tanto che tra il 1910 e il 1944 aumentò in misura del 5.000% arrivando a toccare il prezzo con cui si vendeva la terra a Manhattan. Ma era deserto. Per avere la giusta idea di cosa fosse il deserto che veniva comperato dagli ebrei e quanto quel deserto fosse spopolato, vale la pena ricordare una descrizione che ne da una fonte insospettabile, non ebrea, lo scrittore Mark Twain nel 1867: “Tra le regioni atte a fungere da cupo scenario, credo che la Palestina non abbia rivali … Le colline sono sterili …Le valli desertiche e inospitali, orlate da una vegetazione spenta che accentua il senso di tristezza e abbandono … E’ una contrada deprimente, monotona, derelitta … La Palestina siede col capo cosparso di cenere … Pesa su di lei una maledizione che ha inaridito i campi e spento la vitalità … Nazareth è dimenticata … Gerico detestabile …Gerusalemme un misero villaggio … La Palestina è desolata e priva di attrattive” ma gli ebrei compravano comunque, operavano il riscatto della terra, che veniva chiamata “redenzione della terra” perché solo tornando sulla propria terra, poteva finalmente essere deposto lo zaino pieno di secoli di oppressione e discriminazione.

Il prezzo medio del Dunam nel 1929 fu di 3-5 sterline ma nel 1935 arrivò a 23,3 sterline (1 sterlina palestinese uguale 1 sterlina britannica), ma chi è che vendeva? Ce lo dice lo stesso Paolo Barnard inframmezzando una mezza verità tra tanta demagogia: “il Jewish National Fund, con soldi donati dalle grandi famiglie ebraiche europee, espropriava e comprava terre arabe da proprietari assenti, residenti in Turchia, Siria, Egitto, in Iraq, cacciavano via i palestinesi che le avevano coltivate per decenni, anche per secoli e i mezzadri non comprendevano quello che gli stava succedendo.” E’ vero quindi che gli ebrei comperavano la terra dai Pascià assenti che, da latifondisti, si disinteressavano delle loro proprietà mentre è spropositato il verbo “coltivavano” perché il coltivare si riduceva in bivacchi di nomadi incapaci di qualsiasi sfruttamento intelligente dei terreni, sia per indolenza, sia perché sprovvisti di tradizione, strumenti e voglia di cimentarsi in coltivazioni. Quelle che Paolo Barnard definisce coltivazioni potremmo meglio chiamarle, con termine moderno, dei campi Rom. Non a caso ancora oggi i palestinesi vengono chiamati, dagli stessi arabi, “gli zingari del mondo arabo.”

Quindi i fellahin occupavano la terra degli effendi mentre gli ebrei, che avevano comperato la terra a peso d’oro, intendevano sfruttarla scientificamente, sia per portarla a rendere, sia per la necessità di assicurare occupazione e cibo ad ogni ebreo, nel sogno della conquista del lavoro, Kibbush haavodah, a cui era dedicata l’organizzazione Bar Gyorà. Era quindi legale e giusto che i proprietari ebrei desiderassero avere le terre libere dai nomadi stanziali e questo legittimo diritto portò ai primi attriti e al sorgere delle offensive sia demagogiche, sia fisiche, considerando che gli ebrei furono costretti a proteggere la loro incolumità e le loro proprietà inquadrando anche i ragazzi senza sottovalutare la particolare psicologia araba per cui ogni atteggiamento conciliante viene scambiato per debolezza.

Gli inglesi, durante il periodo del mandato, nel soggiacere per l’ennesima volta alla violenza araba, arrivarono al punto da vietare la vendita della terra agli ebrei con provvedimenti che lasciarono il tempo che trovarono perché l’offerta della terra era sempre superiore alla domanda. Provarono anche a deportare in Anatolia Manya Shohat e Hankin che erano gli esponenti incaricati agli acquisti ma gli ebrei continuarono a comperare.

I caporioni coniarono una serie di parole d’ordine tipo “Chi vende i terreni vende le ossa e il sangue degli avi” ma la folla degli interessati, di giorno protestavano all’unisono, ma di notte vendevano.

Questa dinamica economica produsse un primo flusso di gente che abbandonava Eretz Israele: andavano via di gran carriera coloro che avevano venduto per andare a godersi le sterline in luoghi più interessanti e andavano via i nomadi che non avevano più i terreni su cui bivaccare.

Incominciarono quindi i primi assalti agli insediamenti agricoli ebraici che si organizzarono in autodifesa con i ragazzi dell’Hashomer Hatzair che incominciarono a capire il senso dell’enunciato della Torah “Tra fuoco e fiamme cadde la Giudea, tra fuoco e fiamme risorgerà!”

E’ evidente che senza la spiegazione di questo substrato storico per Paolo Barnard risulta incomprensibile quanto andava succedendo e, angosciato, si chieda: “Perché da una emigrazione e convivenza assolutamente positive, gli ebrei cominciano prima ad avere problemi ad andare in Palestina, iniziano gli attriti, partono le diatribe violente, iniziano le guerre?” Fornendoci al tempo stesso, alcuni squarci di verità: “Il progetto di spoliazione e pulizia etnica contro la popolazione araba Palestinese inizia 40 anni prima dell’Olocausto nazista.” Lasciamo perdere l’espressione pulizia etnica per la rivendicazione giuridica della piena disponibilità dei terreni acquistati ed evidenziamo invece, che involontariamente, ci viene riconosciuto che le problematiche inerenti il conflitto tra Israele e Palestinesi non hanno nulla a che fare con il senso di colpa dell’Occidente per lo sterminio della Shoah.

Appena riconosciuto un merito ricadiamo nello sconforto per uno strafalcione di tale grandezza che risulta difficile anche esprimere un commento. Paolo Barnard asserisce: “I grandi pensatori ebrei non avevano alcun legame biblico con la Palestina!” Si può essere più ignoranti? Anche questo articolo non tocca i tanti argomenti biblici per cui Eretz Israel è e rimarrà per sempre terra ebraica, in quanto bastano i motivi “laici” della storia, del diritto e dell’amore per la verità che possono e devono essere accettati dall’umanità intera.

Rincominciano poi le citazioni di frasi di eminenti rappresentanti del mondo ebraico nel tentativo di dipingerli some personificazioni del male assoluto. Ma esaminiamo, una ad una, le citazioni riportate, considerando che era già in corso la guerra non dichiarata agli albori della guerra vera e propria che scoppierà nel maggio 1948 con gli stati maggiori e i responsabili politici che già studiavano le misure da adottare per non avere “Quinte colonne” alle spalle delle truppe combattenti. Con citazione oggi di moda possiamo certo affermare “Era la guerra, bellezza!”

Citazione di Theodor Herzl: “Tenteremo di sospingere la popolazione palestinese in miseria oltre le frontiere, procurandole impieghi nelle zone di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra. Sia il processo di espropriazione che di espulsione dei poveri devono essere condotti con attenzione e discrezione.”

Citazione di David Eder nel 1921: “Ci sarà solo una nazione in Palestina e sarà quella ebraica. Non ci sarà eguaglianza fra ebrei e arabi, ma vi sarà la predominanza ebraica appena la popolazione e le proporzioni demografiche ce lo permetteranno.”

Citazione di David Ben Gurion: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba.”

Citazione di Had Ha-am: “… E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi delle terre della Diaspora e d’improvviso si trovano con una libertà senza limiti e questo cambiamento ha risvegliato in loro un’inclinazione al despotismo. Essi trattano gli Arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo e persino si vantano di questi atti e nessuno tra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose”.

Con queste quattro citazioni Paolo Barnard intende dimostrare che Israele era uno stato razzista senza considerare che c’è un profondo senso di nobiltà etica nell’affermare “Tenteremo di sospingere la popolazione palestinese in miseria oltre le frontiere, procurandole impieghi nelle zone di transito […]con attenzione e discrezione …”

Considerando che gli arabi, da tutte le parti, rifiutavano gli appelli alla convivenza e sparavano sugli ebrei da tutti i villaggi, considerando che certe frasi sono state dette dopo che l’Onu aveva sancito il diritto di Israele alla creazione del proprio stato in assoluta sicurezza. La differenza sta nella previsione da parte di alcuni del fatto che le stragi sporadiche che erano avvenute fino ad allora, stavano per tramutarsi in genocidio. Stava per essere realizzata la conclusione della Shoah che per gli ebrei non è certo finita con l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz.

E’ quindi assolutamente falso e fuorviante dire, come fa Paolo Barnard, che è ingiusto considerare i palestinesi come un “gruppo di pazzi scellerati terroristi estremisti stragisti che voglio annientare gli ebrei, perché già allora i palestinesi venivano trattati come un popolo di straccioni, di cani, contro di loro venivano commessi crimini pianificati, spoliazioni progettate con metodi violenti e quindi terroristici e ce lo dice Ben Gurion in persona.”

Nelle menti degli ebrei in Eretz Israel risuonava l’appello alla resistenza a qualunque costo di Ofer Feniger lanciato a Vilna nel 1942 che non voleva mai più che gli ebrei fossero imbelli bestie al macello: “E so che da questa totale impotenza cresce in me l’esigenza tremenda di essere forte; dolorosamente forte, forte e feroce come una spada; sereno e crudele. Voglio sapere con certezza che quegli occhi non fisseranno mai più alcunché da dietro un filo spinato. Perciò necessito di essere forte! Se siamo tutti forti, forti ebrei orgogliosi, mai più saremo condotti al macello.” E il 75% degli ebrei morti durante la guerra del 1948 erano ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio che da ebrei forti, orgogliosi, anche feroci, sereni e anche crudeli, non furono condotti dietro un filo spinato ma morivano difendendo finalmente Eretz Israel. Se con la mente non si entra nella psicologia di chi sapeva di essere in procinto di essere sterminati come nella Shoah, non si capisce un accidenti degli avvenimenti inerenti le aggressioni degli eserciti arabi contro Israele. Era il secondo tempo della Shoah, bellezza!

E’ disgustoso constatare che mentre le orde palestinesi infliggevano ogni sorta di crudeltà agli stremati ebrei, quando si analizza la reazione ebraica si pretende di analizzare ogni evento come se valessero le regole dei salotti letterari di Londra. Si era in guerra e Israele non si è mai potuto permettere il lusso di perdere una sola battaglia, figuriamoci una guerra! Il pur mite Eban ebbe a dire: “L’alternativa era Treblinka!” E infatti il Segretario generale della Lega Araba proclamò: “L’invasione della Palestina che porterà l’annientamento di Israele per mano degli eserciti arabi che emuleranno le gesta degli invasori mongoli, cioè dei seguaci di Gengis Khan!”

L’evento che tramutò lo stillicidio di guerra strisciante in guerra guerreggiata fu la decisione dell’Onu di sancire la nascita dello stato di Israele il 29 novembre 1947. E’ importante notare che l’Onu decretò contestualmente la nascita dello stato di Palestina ma tutti gli arabi rifiutarono la decisione e scatenarono la guerra commettendo il primo grave errore della storia palestinese architettato da una classe dirigente incapace e criminale che li porterà di disastro in disastro. In questo senso si esprime una fonte autorevole e decisamente insospettabile: basta leggere il libro “Diario segreto di Nemer Hammad Ambasciatore di Arafat in Italia” ed attuale portavoce di Abu Mazen, che giustamente pone quel rifiuto come matrice di tutti i guai che hanno afflitto da allora il popolo palestinese. Con la realizzazione dello Stato Palestinese si sarebbe anche ottenuta la nascita del Popolo Palestinese!

A questo punto è opportuno ribadire una precisazione metodologica e di contenuto. Fino a tutta la fine del 1973 per praticità parliamo di palestinesi e di Palestina ma va chiarito che non esisteva una Palestina, né un popolo palestinese. A scatenare la guerra del 1948 come pure quelle del 1967 e del 1973 non furono i palestinesi che appunto non esistevano neppure come entità politica ma erano solo bande di sanguinari, ma furono gli stati confinanti che con la scusa di voler soccorrere i fratelli palestinesi pensavano solo di guadagnare territorio distruggendo la nascente “entità sionista”. Una fonte insospettabile che fotografa in modo plastico questa strategia è la produzione dei francobolli dell’epoca da parte dei paesi arabi che illustrano sinteticamente il desiderio della conquista territoriale. Dal 1948 quindi al 1973 gli stati arabi cercano di fare guerre di conquista per poi abbandonare la “causa palestinese” e fare la pace con Israele quando capiranno che tale progetto era irrealizzabile data la forza militare di Israele.

Quindi ci fu il rifiuto da parte dei palestinesi, alias paesi arabi confinanti, della spartizione decisa dall’Onu per motivi più disparati, ma che, sostanzialmente, è stato il rifiuto di paesi arabi di qualsiasi conclusione diversa dalla spartizione del totale territorio ed il completo disinteresse per il terzo incomodo che erano i palestinesi. In modo puerile invece Paolo Barnard attribuisce il rifiuto al fatto che era un piano truffa in quanto attribuiva agli ebrei il 56% del territorio, con tutti gli aranceti, i campi di grano e i terreni edificabili dimenticando che il territorio era tutto un deserto, gli aranceti non erano una risorsa esportabile, il grano non era coltivato all’epoca da nessuna parte e non esistevano terreni edificabili semplicemente perché non esistevano piani regolatori e il catasto. La storia infantile di Paolo Barnard inserisce nei motivi del rifiuto anche la mancanza di uno sbocco al mare come se Gaza non stesse sul mare!

Scoppiò la guerra e allora anche la guerra del 1948 va sminuita, definendola “guerra bufala”, a uso e consumo di chi volesse pendere dalle labbra della sua narrazione scema e non esistessero altre fonti, archivi, memoriali degli stessi esponenti arabi e cronache dell’epoca. Tra l’altro, va evidenziato che in Israele gli archivi sono a disposizione da decenni degli studiosi stante la diversa regolamentazione dell’accesso agli archivi (legge 1955 modificata nel 1964 e nel 1981) che è fissata in 30 anni a differenza degli archivi dei paesi arabi che non prevedono affatto alcuna possibilità di consultazione.

La guerra del 1948 viene definita da Paolo Barnard “guerra bufala” e allora andiamo ad esaminare le forze che erano contrapposte. Secondo la fantasia di Paolo Barnard “gli egiziani per il 50% erano i fratelli musulmani senza istruzione militare che andavano in guerra in ciabatte, l’esercito siriano era più agguerrito ma non riuscì ad impensierire, l’esercito libanese non passò mai la frontiera e l’Iraq non esisteva perché sotto il comando della Giordania che aveva fatto un patto segreto con Ben Gurion per non combattere ma non si capisce bene cosa effettivamente fece perché ci viene detto che “l’esercito giordano non combatté mai, o malissimo o nell’ultima parte …”

La verità storica è che Israele disponeva di in esercito formato da 35.000 uomini, senza alcuna istruzione militare, per la maggior parte scheletri sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti, non aveva carri armati e ancora oggi è possibile vedere sulla strada che collega Tel Aviv a Gerusalemme i resti delle macchine con lamiere di protezione saldate che svolsero la funzione di carri armati. Ricevette dalla Cecoslovacchia 4.700 fucili, 240 mitragliatrici, 5 milioni di pallottole. Il resto fu inventato al momento sul posto perché lo stato d’Israele aveva solo un giorno di vita. Una testimonianza ci viene dalla foto ricordo che Arrigo Levi, volontario dall’Italia, si fece a Gerusalemme, senza nessuna divisa, con i pantaloncini e una camicia bianca comperata in fretta a Roma prima di partire per il fronte come volontario.

Siria, Giordania, Egitto, Libano, Iraq, Yemen, Arabia Saudita avevano eserciti con una tradizione consolidata ed erano formati dall’Esercito di Liberazione Arabo dei volontari. L’esercito siriano aveva 6.000 uomini; la Legione Araba 14.000 uomini; l’esercito egiziano con 5.500 uomini e l’esercito dell’Iraq con 4.500 uomini.

La Legione Araba era stata inquadrata nell’esercito britannico ed aveva avuto addestramento e aveva accumulato esperienza partecipando alla guerra in Iraq e in Siria nel 1941. Era altamente meccanizzata e comandata per intero da ufficiali inglesi di carriera, compreso il Capo di stato maggiore John Glubb.

Gli eserciti arabi disponevano di risorse fornite dalla Lega araba che diede 10.000 fucili e 3.000 volontari. Disponevano di 75 aerei, 40 carri armati, 500 blindati, 140 cannoni, 220 cannoni antiaerei ma soprattutto disponevano di istruzione militare impartita dagli istruttori nazisti ospitati e posti subito al comando degli eserciti.

Certamente ci furono diversi fattori che giocarono contro gli eserciti arabi ma non sono certo elementi da far pesare sul campo israeliano. I soldati arabi, per esempio, furono demoralizzati durante la loro avanzata, dal vedere che in direzione opposta, fuggivano dal fronte i giovani palestinesi, sani e robusti, non inquadrati in nessun esercito, magari con nelle tasche i soldi ricavati dalla vendita della terra agli ebrei, che adesso loro dovevano andare a combattere, per “soccorrere i fratelli palestinesi”. Quella stessa fuga di una marea di gente, intasò le strade complicando notevolmente le già pessime condizioni di direzione e coordinamento. Infine, dopo aver tanto auspicato la fuga dei palestinesi, la loro stessa demagogia usata per ingigantire i problemi, gli si rivolse contro distogliendo preziose energie per ospitare e sfamare la massa dei profughi.

Di contro – ci conferma Paolo Barnard – già dal “1930 un sionista di nome Yossi Weiss, aveva compilato una lista, a favore dell’esercito della futura Nazione di Israele, di tutti i villaggi palestinesi, con tutti i dettagli su come attaccarli e come espellere la popolazione” e ancora “Era successo che Ben-Gurion dal 1920 aveva creato una “cupola” di uomini che pianificò a tavolino, in un posto a Tel Aviv chiamato dagli storici “La Casa Rossa”, la pulizia etnica della Palestina, con citazioni e dettagli orribili: “c’è bisogno di una reazione brutale e forte, dobbiamo essere accurati sui tempi, sui costi e su coloro che dobbiamo colpire. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo fargli del male senza pietà, donne e bambini inclusi, altrimenti non è una reazione effettiva. Durante le operazioni non c’è bisogno di distinguere tra innocenti e colpevoli… ” citando questi episodi come diavolerie del satana ebraico e non elementare pianificazione logistica e strategica. Gli arabi se ne rendono conto “Ma è già tardi perché nel frattempo il piano di spoliazione e colonizzazione sionista era avanzatissimo: nel 1939 era già stato fatto tutto.” A parte la terminologia per cui al posto di acquisto delle terre a peso d’oro si usano espressioni come “spoliazione e colonizzazione”, è quasi comico constatare come l’autore sia lontano anni luce da concetti tipo just in time.

Ma l’apoteosi della patacca di Paolo Barnard, nel solco della tradizione delle cretinate palestinesi, è il capitolo destinato ai profughi che ancora oggi costituisce il piatto forte di ogni rivendicazione insieme alla “terra rubata” e “Israele stato illegale.”

Proviamo ad elencare alcuni dei motivi per cui i “profughi” andarono via da Eretz Israel.

La responsabilità principale è dei leader arabi – Alto Comitato Arabo – che diedero precisi ordini alle popolazioni di sgomberare tutti i terreni che si sarebbero tramutati in teatri di guerra. Ci sono testimonianze di arabi partiti che pensavano che l’esilio sarebbe durato solo qualche settimana dopo di che “sarebbero tornati non solo nelle loro case ma anche in quelle degli ebrei, delle quali avrebbero ereditato la proprietà.”

I comandanti arabi ordinarono lo sgombero di donne e bambini e di questi ordini sono rimaste tracce indelebili. Arrivarono a qualificare detti ordini come dettami religiosi: “Ogni opposizione a questo ordine […] è un ostacolo alla guerra santa […] e intralcerà le operazioni dei combattenti in questi distretti.” Ci furono ordini a Beit Naqquba che evacuarono per ordine del comandante arabo a Eyn Karin. Ci fu l’ordine della sezione difesa e sicurezza del Comitato Nazionale [arabo] di Gerusalemme, l’ 8 marzo ai Comitati nazionali dei quartieri Sheikh , Jarrach, Wadi Joz, Sa’ad wa Sa’id, Musrara e Katamon. Lo stesso ordine fu dato da parte della Legione araba nella cittadina di Beisan e al villaggio Al Fureidis a sud di Haifa dall’ Esercito di Liberazione Arabo. Ci furono inoltre le evacuazioni spontanee a Qumiya, nella valle di Jezzreel, tra i beduini di Ghawarina ma la maggior parte fu provocata dagli stessi racconti arabi che calcavano la mano sulle presunte abituali violenze ebraiche per indurre gli arabi a sgomberare il campo di battaglia. Tali atroci racconti vennero presi per buoni e la maggioranza accettò i consigli amichevoli prima dell’arrivo dei soldati ebrei che si sarebbero dedicati a violentare mogli e figlie. A queste argomentazioni si unì la consapevolezza di meritare il castigo per precedenti violenze esercitate sugli ebrei che facevano presagire pesanti vendette.

Un ruolo importante giocarono i fattori economici ed è indubbio che anche gli ebrei incentivarono l’esodo comperando il trasferimento di alcuni attraverso l’acquisto delle loro proprietà, paventando anche la concreta ipotesi della carestia conseguente all’abbandono dei campi, mentre, minacciosi, gli aerei arabi sorvolavano a bassa quota i territori, con lo scopo di terrorizzare gli ebrei ma riuscendo invece solo a terrorizzare gli arabi. Molti arabi furono incentivati con trattative che comprendevano l’essere trasportati e scortati gratuitamente fino alle linee arabe mentre incominciarono a diffondersi i primi casi di tifo. Gli abitanti di Haifa – per esempio – si spostarono ad Acri che poi si arrese il 17 maggio. Il trasferimento cominciò nel dicembre 1947, in un momento in cui nessuno poteva immaginare l’esito finale, anche con barche e vaporetti andarono via da Giaffa e Haifa tra il 25 e il 29 aprile. I primi a partire furono i benestanti e classe media, professionisti, funzionari, commercianti e uomini d’affari che svolsero involontariamente la tradizionale funzione di opinion maker convincendo le altre classi a seguire l’esempio dei meglio informati. Le trattative più facili furono quelle con ladri, prostitute, protettori, drogati e spacciatori, più facili da intimidire, manipolare, comperare, che da sempre erano a stretto contatto con i poliziotti che abbandonavano le divise.

Quando una famiglia saliva su un camion influenzava l’altra a non rimanere da sola, con la prospettiva concreta, a portata di mano, di poter vendere mobili e immobili agli ebrei a prezzi straordinari.

Molti si affrettarono a partire per ricongiungersi ai propri molti familiari che si erano già spostati per militare negli eserciti in procinto di attaccare fuggendo – come da tradizione – dai debiti accumulati con gli ebrei che gli avevano prestato soldi. Gli stessi funzionari arabi incentivarono la fuga con il continuo lievitare dei prezzi della corruzione per ottenere un permesso o un visto.

A tutto ciò si aggiunse anche il responso della riunione degli Ulema che dal Cairo, il 26 aprile, con fervente invitò a partecipare alla guerra raggiungendo gli eserciti che si stavano ammassando alle frontiere, proprio con la scusa di dover combattere per “soccorrere i fratelli palestinesi.”l Rimanere significava tra l’altro esporsi al rischio di essere accusati di scarsa combattività se non peggio, di collaborazionismo e tradimento. Lo scenario di fuga era avvalorato anche da tutto l’apparto inglese che contemporaneamente faceva i bagagli e partiva per l’evacuazione dell’esercito per scadenza del mandato che non mancarono però di lasciare importanti testimonianze come quella del comandante britannico maggiore generale Hugh Stockwell o del British Middle East Office che scrisse: “La fuga scomposta degli arabi dai territori della Palestina occupati dagli israeliani ha rappresentato momentaneamente un problema decisamente serio.”

Un esodo quindi organizzato dagli arabi per suscitare sentimenti di vendetta e che fu diretta conseguenza della guerra di propaganda che i palestinesi e gli stati arabi confinanti avevano scatenato. La propaganda giocò un ruolo predominante: per far fuggire la popolazione, come abitudine degli arabi, gli episodi degli scontri vennero via via ingigantiti dall’arricchimento con particolari sempre più atroci per cui al primo crepitare delle mitragliatrici o l’avanzare di un manipolo di soldati israeliani, si verificava la fuga dissennata. Tutto era sempre anticipato da una saga parolaia di inenarrabile violenza e sterminio, per cui effettivamente gli arabi si precipitavano a fuggire. I fittavoli vennero espulsi dalle terre del Fondo Nazionale Ebraico e fu facile perché terrorizzati al pensiero che gli ebrei avrebbero fatto a loro quello che loro avevano fatto fino ad allora agli ebrei.

Importanti testimonianze vengono da quel 20% della popolazione di Israele di origine araba che in quei giorni decisero di non partire, misconoscendo la propaganda e che oggi, grazie a quella scelta ponderata sono cittadini a tutti gli effetti, liberi in un paese democratico.

Parallelamente ci furono anche espulsioni per motivi militari visto che i palestinesi sparavano sulle forze israeliane dalle finestre e dai tetti delle case. Dal canto loro, le truppe israeliane furono ben contente di intasare le strade sulle quali avanzava la Legione Araba, contestualmente alla necessità vitale di tenere sgombro e sicuro il corridoio Tel Aviv Gerusalemme, sia perché ne derivava la possibilità di salvezza dell’intero popolo ebraico sia perché, allora come oggi, è vero quanto disse Golda Meir: “Non c’è niente di più morale del diritto di esistere del popolo ebraico. Senza questo non ci sarebbe moralità in questo mondo.”

Qualsiasi ricostruzione del problema dei profughi non tiene conto di nessuno di questi motivi e meno che mai del problema dei profughi ebrei scacciati dai paesi arabi come ritorsione per le vittorie israeliane sui campi di battaglia sulle guerre di aggressione che sono state subite e mai incominciate dagli ebrei. Va sottolineato che si trattò di almeno un milione e mezzo di ebrei, non di stranieri, ma di cittadini dei rispettivi paesi da migliaia di anni. Gli ebrei furono espulsi e derubati di tutto, delle case, delle attività, dei soldi, per il solo fatto che erano di religione ebraica. Perché il problema dei profughi è sempre a senso unico e vale solo per gli arabi?

Altra palla colossale è il ruolo amichevole che gli inglesi avrebbero avuto nei confronti degli ebrei.

Gli inglesi non conquistarono un bel nulla ma erano in parte dei territori dell’ex impero ottomano in virtù del mandato approvato dalla Società delle Nazioni riunitasi a Londra il 24 luglio 1922 e ratificato nel Trattato di Losanna il 28 settembre 1923.

La Gran Bretagna si è schierata sempre dalla parte degli arabi e contro Israele. Pochi anni dopo la dichiarazione Balfour (sottoscritta per ottenere l’appoggio americano nella Prima Guerra Mondiale), il governo britannico ottenne di sottrarre più di due terzi del territorio del Mandato di Palestina al suo scopo stabilito dalla Società delle Nazioni (l’Onu del tempo) di costituire una patria per il popolo ebraico, destinandolo a un nuovo regno tutto arabo per il suo protetto Abdallah Al Husayn (avo dell’attuale re di Giordania). Fu l’amministrazione britannica a nominare Amin Al Husseini, futuro collaboratore di Hitler, capo degli arabi del Mandato e Muftì di Gerusalemme; fu sempre il governo britannico a rispondere ai pogrom da lui organizzati rallentando l’immigrazione ebraica e poi bloccandola del tutto, proprio negli anni in cui gli ebrei europei cercavano disperatamente di trovare un rifugio in Eretz Israel per sfuggire alla Shoah. E’ un dato storico lo strazio delle navi dei profughi dirottate: la Exodus, la Vrisi affondata a Genova, la Pan Crescent danneggiata a Venezia …Questa politica, che è certamente costata centinaia di migliaia di morti al popolo ebraico, proseguì ancora dopo la fine della guerra: è nota la vicenda delle navi di reduci dalla Shoah riportate dagli inglesi in Germania, rinchiudendo di nuovo i fuggitivi nei Lager.

Quando il riconoscimento del futuro Stato di Israele fu approvato dall’Onu, la Gran Bretagna fu l’unico stato occidentale a votare contro. Nella “guerra di sterminio” condotta dagli stati arabi contro Israele, la Gran Bretagna premette sugli incerti perché partecipassero, armò e coordinò sul terreno gli assalitori, fece insomma tutto il possibile per favorire la distruzione del nuovo stato, ben consapevole che questo avrebbe voluto dire una nuova Shoah. Nei settant’anni che sono seguiti, con rare eccezioni, la Gran Bretagna si è sempre schierata all’Onu dalla parte dei petrodollari arabi contro Israele, nell’illusione di salvare i propri domini coloniali prima e poi i propri legami privilegiati con le ex colonie.

Oggi la situazione non è diversa: gli stati arabi sono ancora i principali fornitori di petrolio della Gran Bretagna. Il blocco islamico, in stretta alleanza con i paesi “terzomondisti” e “socialisti”, ha la maggioranza all’Onu e nelle sue agenzie; vi sono poi alcuni milioni di islamici che vivono in Gran Bretagna, spesso combattivi e minacciosi.

A riprova della collaborazione ebraica e inglese viene citato il fatto che “il Demanio venne consegnato dai britannici tutto in mano ebraica, così come lo sfruttamento del sale del Mar Morto, la gestione dell’energia elettrica…” senza spiegare che gli abitanti arabi nel periodo, senza enormi discostamenti dalla situazione complessiva di oggi, erano per il 95% analfabeti, quindi letteralmente impossibilitati di occuparsi della creazione e della gestione di un Catasto o di una centrale elettrica.

“In Europa, la Seconda Guerra Mondiale, la persecuzione nazista e l’Olocausto degli ebrei fanno capire agli inglesi che dopo i fallimenti di trattative degli ultimi anni in Palestina devono rinunciare al Mandato: lo fanno nel 1947″ che è, di nuovo, una balla perché gli inglesi avevano da sempre avuto una scadenza al loro mandato. L’atteggiamento filo arabo è dimostrato dal fatto che gli inglesi, mano a mano che dismettevano le fortificazioni per abbandonare Eretz Israel, cedettero agli arabi i fortini di Nabi Yusha e Al Khalisa e si dedicarono al saccheggio dei negozi ebraici. Già subito dopo l’inizio del mandato 3000-4000 ebrei furono deportati in Egitto, tra cui Arthur Ruppin e David Yiellin mentre Manya e Yisrael Shohat, Yehoshua Hankin, Ben Gurion, e Ben Zvi furono sbattuti in prigione

Ai fini della costruzione fantastica del video, contro ogni evidenza storica, invece viene inventato che “fu Lenin  a rivelare agli arabi le mistificazioni contenute nel Trattato di Sèvres e nella Dichiarazione di Balfour, lo fece durante la Rivoluzione Russa arrivando a ritrovare negli archivi segreti sovietici quei documenti e applicando il principio comunista del “non tradimento degli altri popoli”, disse quello che aveva letto e come stavano realmente le cose.”

Alla affannosa ricerca di frasi ad effetto con cui infarcire il video patacca, non sfuggono neppure Albert Einstein e Hannah Arendt: “pubblicarono una lettera sul New York Times dove definirono la Nascita del Partito delle Libertà di Menachem Begin, che poi sarà Primo Ministro, Un’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale, con apparentamenti stretti ai partiti nazista e fascista”.

La frase va vista nel contesto della lotta partitica conseguente alle imminenti elezioni generali di Israele e collocata in un documento redatto dalla sinistra per scoraggiare le donazioni dei cittadini americani verso il neo partito che rischiava di erodere consenso elettorale.

Il video patacca continua: “Sempre nel 1948, il ministro dell’Agricoltura del neonato Stato d’Israele, Aaron Czisny, scrive in un documento riservato di Riunione di Gabinetto: “Anche gli ebrei oggi si sono comportati come i nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa.”

La foga antisemita e antistorica di Paolo Barnard continua anche dopo aver finito la citazione di frasi ad effetto, con l’invenzione di sana pianta di cavolate che rasentano il criminale:”Furono compiute cose orribili: Ephraim Katzir arrivò persino a lavorare in laboratorio per cercare in veleno che potesse accecare i palestinesi.” Ovviamente non c’è ombra di citazione della fonte …

La serie infinita di artifici per sconvolgere la verità storica continua con la dichiarazione “nel 1953 l’Onu condanna per terrorismo Sharon che aveva creato l’unità 101″ nascondendo, come al solito, la verità che è di ben altro tenore. Il 23 novembre 1953 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu effettivamente adottò una risoluzione (guarda caso la n° 101) ma di bel altro tenore. Leggiamo la risoluzione:[…]

Viste le sue precedenti risoluzioni sulla questione palestinese, in particolare le risoluzioni 54 (1948) del 15 luglio 1948, 73 (1949) del 11 agosto 1949 e il 93 (1951) del 18 maggio 1951, concernente i metodi per mantenere l’armistizio e la risoluzione delle controversie attraverso l’armistizio misto Commissione,

Prendendo atto delle relazioni del 27 ottobre 1953,1 / e 9 novembre 1953 2 / al Consiglio di Sicurezza da parte del Capo di Stato Maggiore della United Nations Truce Supervision Organization in Palestina e le dichiarazioni al Consiglio dai rappresentanti di Giordania e Israele,

1. constata che l’azione di ritorsione a Qibya presa da forze armate di Israele, il 14-15 ottobre 1953 e tutte queste azioni costituiscono una violazione delle disposizioni di cessate il fuoco del Consiglio di Sicurezza 54 (1948), e sono in contrasto con gli obblighi delle parti nel quadro dell’accordo generale di armistizio tra Israele e la Giordania e la Carta delle Nazioni Unite;

2. esprime la più forte condanna di tale azione, che può pregiudicare solo le probabilità che una soluzione pacifica che entrambe le parti, in conformità con la Carta, sono tenuti a cercare, e invita Israele a prendere misure efficaci per prevenire tutte le azioni in futuro;

prende atto del fatto che non vi è sostanziale evidenza di attraversamento della linea di demarcazione da parte di persone non autorizzate, si traducono spesso in atti di violenza, e chiede al governo di Giordania a proseguire e rafforzare le misure che sta già prendendo per prevenire tali incroci ;

2. ricorda ai governi di Israele e Giordania i loro obblighi in base risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e l’accordo generale di armistizio per prevenire ogni atto di violenza su entrambi i lati della linea di demarcazione;

3. invita i governi di Israele e la Giordania a garantire l’efficace cooperazione delle forze di sicurezza locali;

  1. ribadisce che è essenziale, al fine di realizzare progressi con mezzi pacifici verso una soluzione duratura delle questioni in sospeso tra di loro, che le parti rispettino i propri obblighi previsti dall’accordo di armistizio generale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza;
  2. sottolinea l’obbligo dei governi di Israele e Giordania a cooperare pienamente con il Capo di Stato Maggiore della Tregua Supervision Organization;3. chiede al Segretario generale di prendere in considerazione, con il Capo di Stato Maggiore, il modo migliore per rafforzare la tregua Supervisione Organizzazione e di fornire tale personale e assistenza aggiuntivi come il Capo di Stato Maggiore della Tregua Supervisione Organizzazione può richiedere per l’esecuzione di suo doveri;4. chiede al Capo di Stato Maggiore della Organizzazione per la Tregua e la Vigilanza di riferire entro tre mesi al Consiglio di Sicurezza con le raccomandazioni che egli ritenga adeguate, sul rispetto e l’applicazione degli accordi di armistizio generale, con particolare riferimento alle disposizioni della presente risoluzione e tenendo conto di qualsiasi accordo raggiunto in virtù della richiesta da parte del governo di Israele per la convocazione di una conferenza ai sensi dell’articolo XII dell’accordo generale di armistizio tra Israele e Giordania.

E questa sarebbe la condanna di Sharon per terrorismo?

Altra plateale mistificazione ad uso e consumo degli spettatori meno dotati di attenzione e di spirito critico è la stantia accusa di terrorismo nei confronti di Menachem Wolfovitch Begin per l’attacco all’hotel King David di Gerusalemme in cui ci furono 90 vittime. A tal proposito è importante preliminarmente definire cosa si intende per terrorismo. Secondo l’accezione attuale del diritto internazionale si definisce terrorismo tutte le attività rilevanti tendenti ad intimidire la popolazione. Dalla definizione sono espressamente escluse le attività delle Forze armate in tempo di conflitto armato e cioè le azioni condotte da organizzazioni armate, dichiarate e riconoscibili contro altre organizzazioni armate, dichiarate e riconoscibili.

Per meglio comprendere l’attacco al King David Hotel innanzitutto occorre chiarire che il King David Hotel non era un albergo ma la sede del Quartier Generale dell’Esercito Inglese. L’attacco fu condotto dall’Irgun, esercito segreto dell’ancora non costituito stato di Israele, contro l’esercito inglese. Inoltre va precisato, per amore della verità, che l’Irgun, prima di far esplodere la bamba sotto il comando inglese, telefonò più volte per avvertire dell’esplosione e i responsabili inglesi ignorarono volutamente i preavvisi, ritenendo l’attacco impossibile, come risulta dalla memorialistica di diversi esponenti britannici. Altro monumento alla disinformazione di cui è pieno il video patacca.

Dopo non aver dedicato neppure una parola alla guerra del 1956 e alla “guerra dio logoramento” sul Canale di Suez il video patacca arriva alla “terza grande menzogna” e cioè alla guerra del 1967 altrimenti chiamata “guerra dei sei giorni” o “sei giorni di redenzione contro duemila anni di asservimento” per la velocissima operazione a ventaglio dell’esercito israeliano che portò a sbaragliare gli eserciti arabi appunto in sei giorni.

Paolo Barnard si colloca all’interno della vulgata propagandistica palestinese che tende a demolire la portata militare e storica dell’ennesima guerra d’aggressione cercando di spacciarla per una scampagnata e mette insieme una serie di fesserie, tra l’altro, incomprensibili, pur volendo accoglierle nella sua logica ciarlatana.

Come grave indizio Paolo Barnard cita il fatto che stando a “documenti recentemente desecretati dagli USA, Israele sapeva che avrebbero distrutto gli eserciti arabi in due minuti per cui la Cia rimase tranquilla di non dover fornire alcun aiuto militare” confermando finalmente l’estraneità degli Usa allo svolgimento della guerra. Sempre secondo Paolo Barnard anche il Mossad disse il 3 giugno che sarebbe durata 7 giorni. Ma oggetto di scandalo è per Paolo Barnard che Israele potesse essere tranquillo sul risultato finale, senza spiegarci cosa ci sia di misterioso. Anche oggi gli analisti più accreditati sostengono che una eventuale guerra di Israele all’Isis o all’Iran durerebbe 48 ore, e allora?

Nella destrutturazione della guerra dei sei giorni le fandonie arabe sono più fantasiose e divertenti. Per giustificare come mai i poderosi eserciti arabi siano stai presi a calci nel sedere dagli ebrei “figli di scimmie”, nonostante le assicurazioni di Allah che preannunciava solo vittorie radiose per i seguaci dell’islam, hanno inventato che tra le fila dell’esercito israeliano hanno combattuto schiere di diavoli invisibili e tremendi. Non volendo arrivare a scomodare i diavoli e non potendo permettersi di lasciare inviolato il mito catartico della guerra dei sei giorni, Paolo Barnard risolve il problema … all’italiana: si va be’ ma “Nasser s’era messo d’accordo di non combattere, Ben Gurion era d’accordo con il re di Giordania che non ha combattuto, anzi, si ha combattuto ma solo alla fine, ma ha combattuto male … ”

Caso interessante perché significherebbe che, dopo Cristo, anche i morti della guerra del 1967, sono morti di freddo … e non combacia con la versione araba: morti di freddo o perché sterminati dai diavoli?

Tra l’altro, Paolo Barnard arriva in ritardo rispetto alla vulgata che al posto dei diavoli pone come risolutori della guerra gli americani e tutta la loro potenza, dimenticando che il 18 giugno 1967, gli americani stavano talmente combattendo per gli israeliani che la Marina Israeliana attaccò e affondò la nave americana Liberty in funzione di spionaggio,che non rispettò l’ordine di allontanarsi dalle acque territoriali.

Paolo Barnard adombra la solita solfa della guerra scatenata all’improvviso da Israele contro il pacifico Egitto per cui mentre il ministro degli esteri egiziano stava per partire per gli Usa per scongiurare la guerra, Israele attaccò. Peccato che la storia, quella vera, dica in contrario.

La preparazione della guerra da parte degli arabi fu concreta e robusta. Non è affatto una questione misteriosa. Alla luce del sole, tra il 20 e il 21 maggio 1967, l’Egitto pretese ed ottenne dal segretario dell’Onu U Thant il ritiro della forza di interposizione UNEF aprendosi il passaggio nel Sinai che era stato dichiarata zona smilitarizzata, verso Israele dove incominciò ad ammassare sei divisioni. Sempre l’Egitto ritirò due brigate impegnate in Yemen per schierarle sullo stesso scacchiere. Il 21 maggio decretò la mobilitazione generale e il 23 chiuse il golfo di Elat per strangolare Israele dal mare.

Il 23 maggio Radio Damasco lanciò l’appello alla guerra: “Masse arabe, questo è il vostro giorno. Accorrete al campo di battaglia. .. Fate loro sapere che impiccheremo l’ultimo soldato imperialista con le viscere dell’ultimo sionista” contemporaneamente alla Voce degli arabi che dal Cairo, con il direttore Ahmad Sa’id proclamava “La baracca sionista in Palestina sta per crollare ed essere spazzata via … Ogni arabo ha vissuto gli ultimi 19 anni con una sola speranza … vedere il giorno in cui Israele sarebbe stato cancellato” facendo eco al Primo Ministro dell’Iraq: “Tra gli ebrei praticamente non ci saranno sopravvissuti.” Dette registrazioni sono tutt’oggi disponibili negli archivi israeliani anche se il solito Paolo Barnard dichiara che “non ci fu nessuna trasmissione radio […] la BBC ha monitorato tutte le trasmissioni radio di quegli anni … e le ha tutte depositate al British Museum di Londra” lasciando alquanto perplessi i conoscitori del Museo londinese.

Come sempre per Paolo Barnard ci furono oscuri accordi segreti tra Nasser, la Siria e la Giordania che non chiama con il suo nome. Nasser aveva fondato la RAU e cioè le Repubbliche Arabe Unite per meglio coordinare il potenziale militare, di intelligence, politico e diplomatico con il dichiarato scopo di aumentare la forza distruttrice contro Israele.

Come al solito però, alla massa di demagogia impartita dai governi arabi, non corrispose una effettiva capacità militare e gli aerei di Israele con il solo primo attacco distrussero in Egitto 197 aerei a terra, 8 in volo, 8 stazioni radar, 14 basi aeree; 28 aerei in Giordania; 53 aerei in Siria e 10 aerei dell’Iraq acquisendo l’assoluto controllo dei cieli per cui distruggere successivamente i carri armati nel deserto fu solo una questione di tiro a segno. Fu vittoria completa e il pur critico Haharetz potè commentare: “La gloria dei tempi antichi non è più una visione remota; d’ora in poi fa parte del nuovo Stato d’Israele, e il suo splendore illuminerà le imprese e i successi della società ebraica, elemento di continuità della lunga storia del popolo di questo paese … Tutta Gerusalemme è nostra! Gioite e festeggiate, abitanti di Sion!” Finalmente era stato sfondato il “Confine di Auschwitz!” Il mondo arabo non imparò nulla neppure dall’ennesima tragedia della loro insensata rincorsa alla guerra e nella riunione della Lega Araba del 12 settembre 1967 vararono i famigerati 3 no di Khartum: No alla pace con Israele, No al riconoscimento d’Israele, No ad alcun accordo con Israele. No che ancora pesano sullo stato delle trattative più volte provate e sempre naufragate per l’intransigenza dei palestinesi a guardare con realismo alla situazione.

Viene citata la risoluzione dell’Onu n° 194 a sproposito sia perché è dell’11 dicembre 1948 e non riguarda ovviamente i profughi del 1967, sia perché non condanna proprio nessuno. Infatti, tra le altre (http://forzaisraele.altervista.org/blog/lonu-delibere-contro-israele/) cose dice: Risolve che i rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero essere autorizzate a farlo al più presto possibile, e che la compensazione dovrebbe essere pagata per la proprietà di coloro che non scelgono di tornare e per la perdita o il danno di proprietà che, secondo i principi del diritto internazionale o di patrimonio netto, deve essere risarcito dai governi o dalle autorità competenti;

Incarica la Commissione di conciliazione per facilitare il rimpatrio, reinsediamento e riabilitazione economica e sociale dei rifugiati e il pagamento di un indennizzo, e di mantenere stretti rapporti con il direttore del soccorso delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi e, attraverso di lui, con gli organi competenti e agenzie delle Nazioni Unite.”

Questa delibera è stata volgarmente osteggiata da tutti i paesi arabi che non hanno mai voluto intavolare nessuna trattativa sul fatto che anche gli ebrei espulsi con la forza dai pesi arabi rientrassero nella categoria dei profughi. Mai è stato possibile neppure immaginare cosa si potesse pensare come “compensazione” per tutti gli ebrei dell’Iraq che non poterono neppure scappare perché furono tutti impiccati in piazza!

La patacca di Paolo Barnard non poteva non comprendere la critica alla legge sulle proprietà degli assenti. Per i motivi che abbiamo specificato, molti arabi avevano abbandonato le loro case e gli appezzamenti di terreno che risultavano essere a macchia di leopardo nel panorama dell’estensione di Eretz Israel. Molte case erano state vendute alla spicciolata, altre erano state effettivamente abbandonate da chi aveva voluto favorire l’avanzata delle truppe arabe o da chi era andato a combattere con i nemici. In tutti i casi c’era l’esigenza di regolarizzare le diverse posizioni per cui il neonato governo israeliano decretò che quelle proprietà di cui non erano presenti i legittimi proprietari diventassero proprietà del demanio pubblico definendo tale provvedimento come “legge sulla proprietà degli assenti”, surrogando il diritto alle compensazioni dei danni di guerra, sia per i paesi arabi aggressori, sia per i palestinesi che avevano guerreggiato contro Israele. Inoltre Israele, con la legge sulla proprietà degli assenti, estese ed applicò solamente una vecchia legge Ottomana basata sul corano che prevedeva l’esproprio statale dei terreni non coltivati da almeno tre anni sulla stessa stregua delle legge italiana sulle “terre incolte e mal coltivate” che è stata una conquista della sinistra contro il latifondismo.

La saga pataccara salta a piè pari la guerra del 1973 per parlare dell’aggressione a Gaza con le solite arzicocolazioni sui perché e sulla cronaca. Secondo Paolo Barnard “nel 2007 i palestinesi attaccheranno [Israele] per reagire allo strangolamento di Gaza” facendo scempio della storia. Israele voleva talmente strangolare Gaza nel 2007 che nel 2005, quindi due anni prima, aveva di sua spontanea volontà abbandonato Gaza evacuando tutti gli israeliani che in una vita di sacrifici e di duro lavoro l’avevano fatta diventare un giardino.

Nel 2005 gli israeliani lasciano Gaza regalando ai palestinesi un mondo di serre che fino ad allora avevano prodotto tre volte il fabbisogno alimentare di Israele ma la prima cosa che i palestinesi fecero appena evacuati gli israeliani, sarà distruggere le serre, le piantagioni, gli impianti di irrigazione facendo regredire i terreni a una landa desolata desertica. Questo episodio tanto cretino quanto incredibile, va tenuto presente quando si torna a parlare della menzogna della fame di Gaza.

La distorsione menzognera di Paolo Barnard arriva a citare il giornale Haharetz come esempio di chiara manifestazione della strategia di Israele. Di Haharetz viene riportato: “Israele si dovrà imbarcare in una grande operazione a Gaza, per preparare il terreno, strangolare Gaza, isolarla e ridurre al minimo gli obblighi verso gli abitanti della striscia” collezionando una montagna di falsità storiche. Impossibilitati a verificare la veridicità della frase, mancando qualsiasi indicazione sulla data della presunta pubblicazione, rimane il malloppo delle falsità storiche e logiche. Ribadito che Israele dal 2005 aveva abbandonato Gaza di sua spontanea volontà, non si capisce cosa significhi “strangolare Gaza” o “preparare il terreno.” La realtà è che per l’ennesima volta, Israele aveva fatto un tentativo di pace con l’abbaglio che potesse funzionare il patto “Terra in cambio di pace” ipergarantito da tutti i tromboni internazionali, dalla UE all’Onu, passando per il Vaticano, per cui se Israele avesse lasciato Gaza, i palestinesi non avrebbero fatto più atti terroristici. Israele lasciò Gaza e ricevette invece solo missili nel silenzio vergognoso di tutti coloro che avevano giurato di difendere Israele. Con questi spergiuro si è sancito per l’ennesima volta che Israele deve pensare da solo alla propria difesa e ai propri interessi, perché nel momento del bisogno, è sempre stato abbandonato.

Alla luce di queste vigliaccate, come si fa a condannare Mosche Dayan quando ha detto “Non c’è soluzione per voi palestinesi! Continuerete a vivere come cani! Chi vuole può andarsene” intendendo far capire che con la classe dirigente che si ritrovano i palestinesi non possono aspettarsi altro che essere trattati come cani. Figuriamoci se non è sacrosanto sostenere “ridurre al minimo gli obblighi verso gli abitanti della striscia”: come e perché Israele dovrebbe preoccuparsi della massa di abitanti di Gaza fatta da violenti terroristi, sfaticati, senza voglia di lavorare, capaci solo di distruggere, senza istruzione di alcun tipo se non quella dei teppisti e con le malattie tipiche di una popolazione senza alcun tipo di assistenza?

Come si fa a non capire Begin quando ha detto “La divisione in due stati è illegale! Gerusalemme sarà sempre la nostra capitale del grande Israele! Sarà nostra, tutta e per sempre!”

Come si fa a non capire Sharon quando ha detto “Non c’è Sionismo senza colonizzazione o stato ebraico senza la cacciata degli arabi e la colonizzazione delle loro terre” considerando che proprio Sharon diede l’ordine di evacuazione di Gaza dai cittadini israeliani, tra le lacrime di chi sapeva che sarebbe stato un sacrifico inutile e addirittura dannoso perché un territorio non controllato dall’esercito israeliano si sarebbe trasformato immediatamente in una base missilistica da cui colpire con maggiore facilità la popolazione civile di Israele. Cosa che si è puntualmente verificata.

Sharon, nel “settimo giorno”, l’espressione simbolica usata per descrivere lo stato di gioia successivo alla guerra dei sei giorni, sgomberò con la forza i residenti israeliani da Gaza e si sprecarono le lacrime ma l’esercito non poteva disubbidire al suo amato Capo di Stato Maggiore che aveva portato alla vittoria lo stesso esercito nel 1973. Dinanzi a questa epopea etica di Israele nella patacca di Paolo Barnard Israele viene noiosamente descritto come il provocatore che deve “inventare scuse per attaccare” i palestinesi “per “attaccare e continuare la pulizia etnica” in un continuo “provocare per giustificare la ritorsione.”

I satrapi arabi dell’Opec cercarono di scatenare tutto il mondo contro Israele decretando il 16 ottobre 1973 l’embargo petrolifero contro i paesi dell’occidente che non si fossero adoperati per combattere Israele. Ci fu l’aumento del 70% del prezzo del petrolio e la riduzione del 5% della produzione ma l’Occidente resse all’attacco e ben presto ci fu il capovolgimento della situazione. I paesi occidentali non ricevevano una goccia di petrolio ma il rovescio della medaglia era che i paesi produttori non ricevevano più un solo dollaro. Bastarono una quindicina di giorni per far capire che non vendere il petrolio avrebbe provocato la morte degli stati produttori e incominciò la svendita di petrolio a prezzi stracciati, prima sotto banco e poi sempre più alla luce del sole, pur di avere i tanto amati dollari … e ‘fanculo ai palestinesi!

Con la fine della guerra del 1973 si ha il certificato di nascita del “popolo palestinese.” Gli stati arabi si convincono che la facile guerra di conquista per aumentare i propri territori e ingurgitare il negato stato di palestina e il neo nato stato d’Israele, stante la forza militare e la fortissima coesione sociale degli israeliani, è impossibile e finalmente si arriva ai trattati di pace. Il primo a sottoscrivere un trattato di pace fu l’Egitto che ottiene la restituzione dell’intero Sinai, rinunciando alla striscia di Gaza, per non avere nulla a che fare con i palestinesi. Seguì il trattato di pace con la Giordania che rinunciò alla Cisgiordania, per lo stesso motivo. Entrambi lasciarono a Israele la patata bollente che assunse subito le caratteristiche di banda organizzata per il terrorismo internazionale. Un detto arabo dice: “Senza l’Egitto non si fa la pace, senza l’Egitto non si fa la guerra” e quindi i palestinesi capirono che nessuno più combatterà la loro guerra e l’unica speranza di far sparire Israele è attraverso il terrorismo. Abbandonati nei fatti dagli stati arabi nascono i nuovi padroni del popolo palestinese inteso come bande organizzate sullo stile mafioso per estorcere il pizzo a tutti gli stati del mondo. Nasce così il “popolo palestinese” e se ne incominciano a trovare le tracce storiche snocciolando le stragi che incominciano a insanguinare tutto il mondo.

La stessa classe dirigente si rinnova e appare sulla scena l’egiziano Arafat che inventa “la lotta all’occupazione, comodamente seduto in poltrona” con Israele che si attrezza per combattere questo nuovo tipo di guerra. Il neo popolo palestinese diventa succube della nuova tirannia e reagisce collaborando segretamente con Israele al punto che, per stessa ammissione dello Shin Bet – il servizio segreto interno -, per ogni palestinese che viene preso in combattimento, corrispondono 40 palestinesi consegnati dalle soffiate dei palestinesi stessi che non hanno altra speranza per liberarsi della tirannia.

Non contenti di aver allontanato il grosso dei palestinesi lasciandoli in eredità ad Israele, conoscendo bene la loro indole e la tendenza a destabilizzare e impossessarsi del potere, i paesi arabi si organizzarono per combattere i palestinesi presenti nei campi profughi e il 12 settembre 1970 ci fu il famigerato Settembre Nero con l’esercito giordano che massacrò 12.000 palestinesi per liberare il proprio territorio e garantire la sopravvivenza della nazione. I palestinesi superstiti si rifugiarono in Siria ma anche lì trovarono lo stesso trattamento e Assad ne massacrò 5.000 spingendo gli altri verso il Libano. Arrivati in Libano i palestinesi provocarono la guerra civile per la reazione dei cristiani maroniti che non volevano essere massacrati. La guerra civile dal 1975 al 1990 provocò 100.000 morti.

Chi piange questi palestinesi? Nessuno, come nessuno piange oggi le centinaia di palestinesi che ogni giorno vengono arsi vivi in Siria.

Questo è lo scenario che si offriva a Israele mentre da tutte le parti gli si urlava di dover per forza fare la pace. La pace ma con chi?

Israele, nel tempo, non ha mai fatto in tempo ad instaurare rapporti per intavolare concrete trattative di pace, che gli interlocutori venivano ammazzati dai terroristi. Così era successo il 20 luglio 1951 al re Abdallah della Giordania, così era successo al Colonnello Zusni Za’im in Siria, così era successo al Re Faysal in Iraq il 14 luglio 1958 e così successe a Sadat il 6 ottobre 1981. Con il codice mafioso palestinese la morte è sempre stato il tratto principale sia della politica interna che estera. Con un comportamento tipicamente mafioso i palestinesi hanno incominciato ad estorcere il pizzo a tutti i paesi: non mi paghi il pizzo? e io vengo a fare una strage nel tuo aeroporto o dirotto i tuoi aerei o metto le bombe per strada o massacro la gente, con la scusa di attaccare gli ebrei. Ancora oggi, tutto il mondo, continua a pagare il pizzo ai criminali palestinesi (http://forzaisraele.altervista.org/blog/italiani-fregnoni-regalano-milioni-ai-palestinesi/ e http://forzaisraele.altervista.org/blog/italia-ai-terroristi-soldi-domicilio/), con il popolo palestinese che continua a sprofondare sempre più nella fame, nella miseria e nella disperazione mentre i capi mafia vivono nel lusso (http://forzaisraele.altervista.org/blog/palestinesi-scappano/) e organizzano le loro regge (http://forzaisraele.altervista.org/blog/servizio-fotografico-sulle-balle-raccontate-su-gaza/ e http://forzaisraele.altervista.org/blog/balle-sulla-miseria-di-gaza/).

La patacca di Paolo Barnard continua senza neanche una parola sul rifiuto di fondo di vivere in pace con lo stato ebraico e non viene spesa una sola parola sul tentativo di accordo con la Siria offerto da Yitzhak Rabin e Shimon Peres nel 1993-1996 oltre che da Ehud Barak nel 1999-2000 per definire la situazione sulle Alture del Golan. Neanche una parola sull’accordo di Camp David e l’impegno sottoscritto dai palestinesi di far cessare il terrorismo. Si dice invece che l’olp e hamas mettono in atto un “terrorismo alla spicciolata.”

Evidentemente esaurito dallo sforzo di inventare una così lunga sequela di balle, il Paolo Barnard confessa una verità: senza la patacca, “non si può mobilitare l’opinione pubblica”, senza la patacca “non c’è speranza per i palestinesi”, senza la patacca “sono inutili le manifestazioni, è inutile protestare, è inutile andare in televisione e far vedere i bambini morti.” Per coinvolgere la gente e usarla al fine di sostenere la mafia palestinese va raccontata la patacca altrimenti la gente continuerà a pensare che il palestinese è un “popolo barbaro impazzito” e che per quanto il comportamento di Israele possa essere fatto passare per esecrabile … il terrorismo …

Tra le ultime carte della patacca di Paolo Barnard c’è il tentativo di negare che le bestie palestinesi vogliano distruggere Israele: “Oggi non si può eliminare lo stato d’Israele … non ci pensa nessuno” ed è “una balla che li vogliono buttare a mare.” Peccato per la patacca che c’è lo statuto di hamas che lo descrive in ogni particolare (http://forzaisraele.altervista.org/blog/lo-statuto-di-hamas/)

In un abbaglio d’ignoranza lancia un appello “ai popoli semiti del Medio Oriente” evidentemente ignorando che il termine “semiti” è solo una traslazione glottologica ma viene anche preso dal dubbio che gli spettatori del video siano forse disturbati dall’ennesima condanna in toto e allora, ultima spes, cerca di ridurre la portata e il numero degli accusati inventando che “il popolo ebraico è ingannato dai leader sionisti” per cui, se proprio vi fa ribrezzo condannare in toto il popolo ebraico, linciate almeno i loro governanti … affinché Israele “chieda scusa!”

Ma di cosa Israele dovrebbe chiedere scusa? Di non voler soccombere alle nuove e redivive ss?

Oggi i palestinesi sono gli eredi del Gran Muftì di Gerusalemme Hadj Amin al Husseini, zio di Arafat e allora capo dell’alleanza araba con Hitler e responsabile della morte di più di 100.000 ebrei.

Haij Amin al Husayni , ex ufficiale dell’impero ottomano, capo del supremo comitato per la Palestina araba, ha impostato la sua carriera su un falso, non avendo mai compiuto gli studi e non avendo ricevuto l’attestato che lo qualificasse Muftì dalla autorità islamiche ma fu nominato Gran Muftì di Gerusalemme da Samuel, governatore inglese, l’ 8 maggio 1921, nonostante fosse quarto in graduatoria, per la sua accondiscendenza e bramosia a fare stragi di ebrei. Ingordo di soldi, dai Diari di Galeazzo Ciano, ci viene descritto come destinatario di milioni, che trasmise in eredità al nipote insieme alla cultura mafiosa circa la possibilità di estorcere il pizzo.

Il 4 dicembre 1937 il giornale Völkischer Beobachter lo citò come esempio di ariano, arianizzato attraverso elementi armeni e circassi, da cui, secondo il giornale nazista, derivava la barba rossa e gli occhi azzurri che rivelavano l’ascendenza circassa da parte materna. Nel 1941, secondo le caratteristiche del dna di terrorista internazionale e ladro, dopo la partecipazione al tentativo di sovvertimento dell’Iraq, si rifugia in Iran ma anche da lì fu costretto a fuggire rifugiandosi prima nell’ambasciata giapponese e poi in quella italiana.

Accolto poi in Italia da Mussolini il 27 ottobre 1941 progettò la creazione di uno stato fascista arabo che comprendesse Iraq, Siria, Palestina, Transgiordania di cui non si fece nulla ma per il quale intascò un milione di lire dell’epoca. Incontrò Hitler il 28 novembre 1941 con cui concordò l’eliminazione del focolaio ebraico in Palestina di cui dissertò famelicamente l’11 novembre 1942 in un radiomessaggio in cui parlò della soluzione finale. Visitò Auschwitz con Adolf Eichmann.

Fu molto attivo nella comunicazione antisemita e a maggio 1934 iniziò le trasmissioni di Radio Bari in lingua araba seguite il 29 dicembre 1940 dalle pubblicazioni del giornale bilingue Mondo Arabo che per chiarire subito il proprio indirizzo scrisse “Non ci sarà posto nel nuovo Mediterraneo, per uno stato sionista.” A tal proposito inaugurò il 21 dicembre 1933 in Campidoglio l’ ISMEO, Istituto di Studi per il Medio e l’Estremo Oriente.

Fu in stretti rapporti con Mussolini che gli finanziò l’attività politica e militare contro il dominio britannico e contro il Focolare Nazionale Ebraico approvando anche il progetto del Muftì di avvelenare l’acquedotto di Tel Aviv. Di suo l’8 maggio 1941 lanciò una fatwa per l’inizio della jihad contro ebrei e inglesi. Mentre i soldati italiani morivano congelati in Russia i soldati nazisti feriti e ricoverati nell’ospedale Sacro Cuore ricevevano i servizi degli studenti   palestinesi, siriani, libanesi, egiziani, iracheni e persiani che facevano i volontari nell’ospedale e portavano oltre agli auguri anche dolci e sigarette.

Il nazismo, allora come oggi, era un tutt’uno con il sentire arabo come attesta Sami al Jundi, siriano, primo leader del partito Ba’th: “Eravamo nazisti, ammiratori del nazismo, leggevamo i suoi testi e le fonti della sua dottrina, specialmente Nietzsche … Fichte e i Fondamenti del XX secolo, tutto incentrato sulla razza. Fummo i primi a pensare di tradurre il Mein Kampf. Chiunque fosse vissuto in quegli anni a Damasco si sarebbe reso conto della propensione del popolo arabo verso il nazismo, perché il nazismo era la potenza che poteva essere presa a modello, e chi è sconfitto amerà naturalmente il vincitore.” Questa è una dichiarazione dell’estate 1933, quindi 15 anni prima che nascesse lo Stato d’Israele con la conseguente invenzione dell’antisionismo che sarebbe ben altra cosa rispetto all’antisemitismo.

In Siria imperversava il Partito Popolare Siriano, noto anche come Partito Nazionalsocialista Siriano, recentemente ribattezzato Partito Nazionalsociale fondato da Antun Sa’ada. Dopo la IIGM è diventato Qawmiyyun al Arab Partito Nazionalista Arabo. In Egitto c’era il Partito Giovane Egitto, costituito nell’ottobre 1933, noto come le Camicie Verdi, fondato da Ahmad Husayn, che nel 1936 inviò una delegazione al raduno nazista di Norimberga dal quale copiò il saluto, l’ideologia, l’organizzazione, le fiaccolate, il culto del leader, le squadracce . Nel 1938 andò in Germania ricevuto con tutti gli onori.

Ci fu l’adesione alla filosofia nazista del Re e del pascià Ali Mahir e del generale Aziz Ali al Masri che organizzò un gruppo spionistico a favore dei nazisti e che nel 1952 portò al potere in Egitto prima Gamal Abdel Nasser e alla sua morte, di Anwar Sadat.

In Iraq ci fu il regime filotedesco di Rashid Ali al Gaylani con il conseguente golpe filotedesco nell’aprile 1941 che portò tra l’1 e il 2 giugno 1941 il popolo iracheno, con l’aiuto dei nazisti, a fare una strage di ebrei con 600 morti.

In questo ambiente si capisce perché una marea di nazisti, dopo la caduta di Berlino, si rifugiò nei paesi arabi dove trovarono ospitalità e onori e divennero istruttori e comandanti degli eserciti in funzione antiebraica. In questo clima non meraviglia che recentemente un invasato come l’ Ayatollah Khomeyni abbia detto: “Gettate i rosari e imbracciate i fucili. I rosari vi riducono al silenzio, mentre le armi ridurranno al silenzio i nemici dell’Islam.”

Con queste premesse ritengo sia assolutamente appropriato mettere da parte l’etichetta caricatura di antisionista ed attribuire a pieno titolo a Paolo Barnard quella di antisemita che viene sempre respinta dai titolari con la patetica e stantia allocuzione “Ho tanti amici ebrei!”

Perché Paolo Barnard è, a pieno titolo, un antisemita, come la maggior parte degli attuali estimatori innamorati dei palestinesi? Come si fa a guadagnarsi tale etichetta? Certamente l’etichetta di antisemita fa schifo e il mondo ha almeno fatto il progresso di ritenere, urbi et orbi, che essere un antisemita sia l’equivalente di essere un rifiuto umano della società. L’etichetta va attribuita quando si palesa la costante, instancabile, pervicace e ostinata attività di falsificazione della storia non al fine di aiutare i palestinesi di cui all’antisemita non gliene frega nulla, ma per colpire gli ebrei. Per l’antisemita, i palestinesi sono solo una clava da usare per colpire gli ebrei senza ricevere la giusta razione di merda che un attacco dichiarato comporterebbe da parte dell’intera società. L’antisemita vuole solo nascondersi sotto la coperta più accettabile dell’antisionismo ma si palesa alla vergogna di ogni persona di buon senso nel momento in cui non lo vedrete mai partecipare a una marcia o versare una lacrima o intervenire in infuocate assemblee per la condanna del massacro dei 12.000 palestinesi in Giordania o dei 5.000 in Siria o per l’ecatombe dei palestinesi in questi giorni in Siria. Il filo palestinese/antisionista/antisemita è in altre faccende affaccendato per perdere il suo prezioso tempo per le decine di migliaia di palestinesi massacrati se non c’è di mezzo almeno un ebreo.

L’esempio da manuale è colui che si indigna per la strage di Sabra e Chatila. In quella strage i cristiani maroniti massacrarono dei palestinesi durante la guerra civile libanese. A compiere il massacro furono le milizia cristiane maronite libanesi ma la valanga di condanna fu per l’ebreo Sharon colpevole di non essere intervenuto a salvare i palestinesi dalla furia maronita. Da quell’episodio Sharon è stato disegnato con i baffetti, è stato definito criminale, nazista e con tutti gli appellativi peggiori che si possano immaginare. Ma per identificare l’accusatore filopalestinese/antisionista/antisemita provate a chiedere se sa chi era il comandante delle truppe maronite, a quale processo fu stato sottoposto, quale condanna gli fu stata comminata, quali sono state le ripercussioni per la sua carriera, dove vive attualmente. Il filopalestinese/antisionista/antisemita non saprà rispondere a nessuna delle domande perché nessuno al mondo si è interessato di quel signore, che non è stato sottoposto a nessun processo ed è successivamente diventato ministro e vive tranquillamente nella sua villa di Beirut.

Inoltre, è di pochi giorni fa la notizia che alla richiesta di aiuto da parte dei palestinesi della Siria ad Abu Mazen, questi ha risposto che non poteva intervenire perché i nemici in Siria “hanno le bombe e i cannoni” e nessuno ha protestato. Quindi è lecito che Abu Mazen non rischi uno solo dei suoi uomini per soccorrere i suoi stessi fratelli che vengono massacrati in Siria ma al tempo stesso si accusa Sharon di non essere intervenuto a salvare i suoi nemici rischiando la vita dei suoi uomini?

Chi sostiene tesi di questo genere o è antisemita o è un pazzo conclamato!

Israele invece va ammirato e preso ad esempio perché, nonostante duemila anni di persecuzione, ancora conserva un rapporto di fiducia con il mondo ed è motore di pace, nonostante la distruzione sia una prospettiva concreta. Occorre fare un sacrificio e impegnarsi a decodificare una realtà complessa perché se si vuole capire Israele in quanto microcosmo del mondo, bisogna decodificare Israele; se si vuole capire Israele bisogna ritagliarsi il tempo per analizzare il mondo entro cui tutti viviamo.

Ogni ebreo porta sulle sue spalle una doppia responsabilità in quanto uomo e in quanto ebreo. Per ogni ebreo la memoria è assolutamente diversa da quella di qualsiasi altro essere umano e per questo pretende – si pretende – che prima di giudicarlo ci si ostini ad entrare nella sua particolarissima esperienza e ci si nutra del suo stesso dolore sconfinato perché, solo così, si avrà la possibilità di apprezzare il suo tentativo di voler vivere in pace.

Ogni ebreo vuole essere capito perché davanti ad ogni banalizzazione della Shoah e ad ogni morto in Eretz Israel o in un negozio o un museo ebraico, per lui il conteggio dei morti non parte mai da zero. Se la memoria dell’altro è solo una banale routine, un dolore bruciante in un manierismo dolciastro, colloso, quasi vuoto di senso, allora per l’ebreo si ripropone “l’altro da se.”

Alain Finkelkraut ha scritto: “il palestinismo fornisce a un’umanità stanca di dover continuamente presentare le proprie scuse per la morte di sei milioni di ebrei, l’insperata occasione di scaricarsi dal peso del rimorso” mentre l’ebreo vorrebbe che diventasse patrimonio comune quanto scrisse Jean Jacques Rousseau: “è uno spettacolo stupefacente e veramente unico vedere un popolo senza patria, privo di tetto e di terra da circa duemila anni, un popolo misto di stranieri, forse senza più un solo discendente delle primitive razze, un popolo sparso, disperso sulla terra, asservito, perseguitato, disprezzato da tutte le nazioni, che nondimeno conserva le sue caratteristiche, le sue leggi, i suoi costumi, il suo amore patriottico per l’originaria unione sociale, quando tutti i legami sembrano spezzati. Gli Ebrei ci danno un sorprendente spettacolo: le leggi di Numa, di Licurgo, di Solone sono morte; quelle di Mosè, ben più antiche, sono sempre vive: Atene, Sparta e Roma sono perite e non hanno più lasciato figli sulla terra; Sion distrutta non ha perso i suoi.”

L’ebreo è li che aspetta come nello scritto di Elie Wiésel: “Morditi le labbra, fratellino … Non piangere. Conserva la tua collera e il tuo odio per un’altra volta, per dopo. Verrà un giorno, ma non ora … Aspetta. Stringi i denti e aspetta.”

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One thought on “La video “patacca” di Paolo Barnard

  1. Riccardo Pareschi il said:

    Grazie per l’articolo e per la chiarezza sulla storia di Israele e del suo popolo.
    E’ stata un’importante lettura per comprendere la storia e le sofferenze degli Ebrei.

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