Premio Nobel per la Pace a Netanyahu

bandiera dito

 

 

 

 

 

Durante la mia ultima visita a Washington ho incontrato uno dei personaggi mediatici più importanti e influenti negli Stati Uniti, uno che non ha mai risparmiato critiche ai governi israeliani in generale e al primo ministro Benjamin Netanyahu in particolare. Questa volta mi sono trovato davanti a una persona meditabonda e misurata. La realtà sul terreno in campo arabo, mi ha detto, ha colpito sotto la cintura molti osservatori, giacché ha svelato propensioni di una violenza e di una crudeltà di dimensioni che non si vedevano da decenni. Non si può ignorare mezzo milione di morti ammazzati in Siria, ha aggiunto, e intanto concentrare tutta la propria attenzione e il proprio sdegno sul comportamento mortificante di un paio di guardie di frontiera israeliane a un posto di blocco in Cisgiordania. E non si può sostenere che le due cose non siano collegate. Lo sono eccome, non foss’altro sul piano delle priorità: l’impegno internazionale sul comportamento di Israele in Cisgiordania non è che un modo per eludere le pesanti responsabilità della carneficina in corso in Siria. Per quanto riguarda Netanyahu, ha concluso il mio interlocutore, la sua visione delle cose ha avuto successo. La soluzione “a due stati” appare improponibile e tutto ciò resta da fare è gestire la complessa situazione attuale, che Netanyahu cerca di trattare come una situazione permanente. E non escludo che riesca a farlo, almeno nel medio termine.

Questo genere di commenti non sono più tanto insoliti: riflettono una profonda revisione in corso tra le figure che guidano l’opinione pubblica liberal negli Stati Uniti, a partire da quelli che appartengono alla comunità ebraica. Sommessamente, nelle conversazioni private, molti di loro vanno esprimendo una crescente adesione al punto di vista ufficiale di Israele secondo cui “non c’è nessun interlocutore con cui parlare”, o quantomeno dicono di capire lo sconforto e la frustrazione per la dirigenza araba, qualsiasi dirigenza araba, come partner di un accordo.

Ora vediamo che aveva ragione chi descriveva Israele come “una villa in mezzo alla giungla”, mi dicono questi liberal. Solo che la giungla è molto più pericolosa di quanto si pensasse, e la villa è più esposta e vulnerabile di quanto immaginassimo. Un’espressione di questo nuovo spirito la si poteva trovare la settimana scorsa nella rivista della sinistra ebraica americana Tablet, che ha suggerito del tutto seriamente che a Netanyahu venga assegnato il premio Nobel della pace per il suo fondamentale contributo alla stabilità in Medio Oriente.

L’occupazione è negativa per Israele, affermò il compianto primo ministro Ariel Sharon, e aveva ragione. E’ un peccato non aver seguito il suo esempio anni fa. Ma personalmente sono un realista e guardo alla realtà delle cose. Gli insediamenti non sono l’ostacolo alla pace, caso mai lo è l’ideologia che ne è derivata. E qui, anche un ex-ottimista come me ha difficoltà a intravedere all’orizzonte i segni di un cambiamento in meglio: non da questa parte e certamente non sul versante opposto. Se il nazionalismo ebraico laico è in crisi, dal canto suo il nazionalismo arabo con cui si poteva parlare è già stato spazzato via e sostituito da una violenza religiosa fanatica e spietata con la quale non c’è alcuna possibilità di dialogare. I liberal in America hanno capito anche questo, ma non è facile per loro affrontare la verità.

(Da: YnetNews, 20.10.16)

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